Domande frequenti

Gestalt è una parola tedesca che non ha una traduzione diretta in italiano. Approssimativamente, significa ”forma”, “totalità”, “configurazione”. La forma o configurazione di qualsiasi cosa è composta da una “figura” e da uno “sfondo”. Per esempio, in questo momento, per lei che sta leggendo questo testo, le lettere costituiscono la figura e gli spazi bianchi lo sfondo; questa situazione può invertirsi e ciò che si trova in figura può passare sullo sfondo e viceversa.

Il fenomeno descritto, che si inscrive nell’universo della percezione, coinvolge anche tutti gli aspetti dell’esperienza. Ad esempio, situazioni che ci preoccupano nel momento attuale e che – quindi – si collocano in figura, nel momento in cui il problema o la necessità che le hanno create svaniscono, si trasformano in situazioni poco significative, andandosi a collocare sullo sfondo. Ciò avviene in special modo quando si riesce a portare a termine o “chiudere” una gestalt: essa si ritira dalla nostra attenzione e va sullo sfondo, e dallo sfondo emerge una nuova gestalt sostenuta da qualche nuova necessità. Questo ciclo di apertura e chiusura di gestalt è un processo permanente, che si produce durante tutta la nostra esistenza.

L’approccio gestaltico è un approccio olistico, ovvero percepisce gli oggetti e soprattutto gli esseri viventi come totalità. In Gestalt si dice: “il tutto è più della somma delle parti”. Tutto esiste e acquisisce un significato all’interno di un contesto specifico; nulla esiste per se stesso, isolato.

L’approccio gestaltico è essenzialmente un modo di vivere la vita con i piedi ben posti per terra. È un modo di stare in questo mondo in forma piena, libera e aperta.

Purtroppo, molto spesso non è chiara la distinzione tra queste due figure.

Lo psicologo: è un professionista che ha conseguito la laurea in psicologia – con indirizzo clinico, evolutivo, sperimentale o del lavoro, ha superato l’esame di stato ed è iscritto all’Ordine degli Psicologi.

Le attività che può svolgere sono regolamentate dalla legge 18 febbraio 1989, n° 56 “Ordinamento della professione di Psicologo” Art. 1.

Definizione della professione di psicologo

La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alle persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.
Questo significa che l’esercizio della psicoterapia o di qualsiasi attività di tipo terapeutico o curativo non possono essere esercitate dallo psicologo. Lo psicologo dunque lavora in diversi contesti con diversi strumenti di intervento, valutazione, formazione e ricerca, può condurre colloqui clinici ma non terapeutici.

Lo psicoterapeuta: è un laureato in psicologia o in medicina che ha conseguito una specializzazione della durata di almeno quattro anni e in una scuola riconosciuta ufficialmente ed è regolamentato dalla legge 18 febbraio 1989, n 56 “Ordinamento della professione di Psicologo” Art. 3

1. L’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all’art. 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica.

2. Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione medica.

3. Previo consenso del paziente, lo psicoterapeuta e il medico curante sono tenuti alla reciproca informazione.

In conclusione è importante sapere gli ambiti e le competenze dei professionisti a cui ci rivolgiamo per evitare confusioni e collusioni nocive al paziente/utente e al professionista in questione

Scopo della psicoterapia è di alleviare, attraverso l’uso del mezzo verbale, corporeo ed esperienziale, le difficoltà del paziente, aiutandolo in un processo auto-conoscitivo, che gli permetta di capire e integrare pensieri, fantasie, desideri che a mano a mano si attivano nella relazione terapeutica.

Il processo psicoterapeutico è costituito da una fase iniziale di colloqui, definiti diagnostici, che hanno lo scopo di inquadrare il disagio della persona. Essi sono già “terapeutici” nel senso che aiutano il paziente a dare un primo significato psicologico al suo disturbo e al suo disagio.

In questo breve lasso di tempo, solitamente costituito da quattro-cinque colloqui, il paziente ha l’opportunità di farsi un’idea della persona del terapeuta e “sentire” se egli corrisponde alle sue necessità in termini di agio, accoglienza, ascolto ecc. Contemporaneamente, lo psicoterapeuta ha potuto formarsi un quadro della personalità del paziente, della sua situazione attuale interna ed esterna e di conseguenza anche un’idea del fatto che il paziente abbia bisogno o no di una psicoterapia.
In alcuni casi, infatti, la fase diagnostica è sufficiente al paziente per fare fronte al disagio che attraversa. In altri casi, invece, essa è la naturale premessa per costruire un progetto terapeutico insieme al paziente stesso ed iniziare un percorso di consapevolezza che avrà una durata nel tempo variabile in base al quadro clinico del paziente.
La cadenza dei colloqui, insieme alla durata del trattamento, ai costi ecc. vengono concordati con il paziente attraverso un consenso informato.

Tutti possono rivolgersi allo psicoterapeuta, sia per problemi gravi e conclamati, sia per disturbi di lieve entità che potrebbero compromettere lo stato di benessere ed evolvere verso sofferenze rilevanti. Per esempio i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, i disturbi di personalità e i problemi di coppia.

La relazione terapeutica riveste in genere grande importanza per le persone che intraprendono tale percorso e può consentire di migliorare l’approccio del soggetto con se stesso, con il proprio ambiente e con la realtà sociale nella quale vive.
Accade frequentemente che, a causa della disinformazione o dei pregiudizi purtroppo ancora diffusi sulla possibilità della “cura dei problemi psicologici”, le persone non chiedano aiuto al professionista. A volte si preferisce rivolgersi ad altre figure professionali (il medico di famiglia, il proprio parroco…), o ad altre persone di fiducia, sperando che “parlando un po’ con qualcuno, confidandosi…”, ci si senta meglio. Sicuramente “parlare e sfogarsi può far bene”, tuttavia è ben diverso dall’affidarsi alle “cure” del professionista che possiede, per formazione ed esperienza, strumenti adeguati.  La consapevolezza di “stare male” è una buona base di partenza per intraprendere un percorso di cura, ma non è sufficiente per determinare il cambiamento.

Nel momento in cui “ci si sente pronti” a chiedere aiuto, o perché si abbia raggiunta una buona consapevolezza del disagio vissuto e della necessità di affrontarlo, o perché “le persone intorno a noi ci indirizzano verso un percorso di cura”, sopraggiungono i dubbi: qual’è il percorso più adatto per me e per il mio problema?, a chi chiedere aiuto?

Intraprendere una psicoterapia richiede infatti impegno e costanza, se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti.